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mercoledì 9 settembre 2015

Ecco la soluzione al problema della memoria insufficiente in Android

Notizia presa da questo SITO

Non c’è nulla di più terribile, insopportabile e deprimente che la comparsa dell’avviso “spazio di archiviazione insufficiente”, nella barra delle notifiche. Probabilmente le prime volte che vi siete scontrati con questo problema, vi sarà bastato disinstallare una o due app per risolverlo. Una soluzione logica ed efficace, ma che dopo un po’ non basterà più e scoprirete quanto poco la logica abbia a che fare con questo problema.
Purtroppo avete a che fare con una maledizione informatica, a cui sono destinati moltissimi dispositivi Android, soprattutto i più datati e anche con tagli di memoria interna relativamente abbondanti (di solito fino ai 16 GB). In questo articolo scoprirete cosa sta succedendo realmente al vostro smartphone e come fare per risolvere davvero il problema!
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Sei esaurito per la memoria esaurita? Ecco la soluzione definitiva! / © ANDROIDPIT

Il segreto della memoria in Android

Lo spazio di archiviazione di Android è suddiviso principalmente in due parti: la memoria interna, chiamata di solitosdcardsdcard0 0, e la memoria esterna, ovvero la scheda sd che è possibile inserire in molti dispositivi Android e comunemente chiamata sdcard1externalsd extSdCard.
Quello che in pochi sanno, è che la memoria interna del dispositivo è a sua volta suddivisa in due parti: la memoria di sistema, di cui parleremo più avanti, e la memoria interna per così dire normale, alla quale potete accedere liberamente copiando musica, video o altri file.
La chiave di tutti i problemi legati allo spazio di archiviazione insufficiente sta qui, nella memoria di sistema. A prescindere da quanto sia capiente la memoria interna del vostro Android, solo una “piccola” parte viene dedicata alla memoria di sistema. Solitamente si ha a che fare con 2 GB di memoria di sistema, ma nei modelli più recenti questa si è via via allargata, arrivando anche a 8 GB o più (naturalmente con tagli di memoria interna di almeno 32 GB).
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Non importa quanto sia grande la memoria interna, conta solo la memoria di sistema! / © ANDROIDPIT

Come liberare la memoria di sistema?

La memoria di sistema contiene, appunto, dati utili al sistema operativo Android e ai vari servizi/app presenti. Il problema dello spazio di archiviazione insufficiente appare quando questa memoria si esaurisce, per colpa vostra e, soprattutto, per colpa di Android stesso.
Per liberarci di questo odioso avviso e fare spazio nella memoria di sistema, di tutti i file contenuti è possibile interagire principalmente con questi:
  • Dati delle applicazioni (tutte le app)
  • Cache
  • File di sistema “inutili”

Dati delle applicazioni

Come ormai avrete capito, qualsiasi applicazione installata sul vostro dispositivo, quindi le app che avete scaricato dal Play Store così come tutte le app preinstallate di Google e del brand, viene salvata proprio nella memoria di sistema del vostro smartphone.
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Nelle impostazioni del vostro dispositivo potete vedere come è utilizzata la memoria. / © ANDROIDPIT

Disinstallare le app: efficace per un po’

Il modo migliore per liberarvi dello spazio delle app dalla memoria di sistema è quella di disinstallarle. Naturalmente è una soluzione odiosa, in quanto dovrete rinunciare a diverse app e giochi interessanti, ma a certi livelli è indispensabile liberarsi del superfluo, o almeno del meno utile.
Purtroppo potrete disinstallare solo le app “normali”, ovvero quelle che avete scaricato dal Play Store, mentre per disinstallare le app preinstallate saranno necessari i permessi di root. Tuttavia il problema principale è che a volte disinstallare non basta: a un certo punto vi ritroverete con una o due app e ancora l’avviso di spazio insufficiente a farvi compagnia. Tra poco scoprirete perché.

Spostare le app su sd: serve davvero?

Uno dei primi metodi per liberare la memoria di sistema e risolvere il problema dello spazio di archiviazione insufficiente è quello di spostare le app sulla scheda SD. Ma è davvero utile? Quando effettuate uno spostamento di un’app sulla scheda SD, in realtà non spostate quasi nulla dalla memoria di sistema, dato che per funzionare Android ha bisogno che i file principali dell’app si trovino salvati in quella memoria.
Il discorso può cambiare quando le app che spostate fanno uso anche di file di espansione, ovvero quei file aggiuntivi da scaricare separatamente, ma a lungo andare tornerete comunque al punto di partenza. Inoltre se vi trovate in questa situazione probabilmente sono già poche le app sfuggite alla disinstallazione furiosa, e comunque sono di dimensioni modeste.
  • Per spostare le app sulla SD, andate in Impostazioni > Gestione Applicazioni e selezionate una ad una le app da voi installate. Si aprirà un menù in cui dovrete selezionare Sposta in scheda SD.
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Spostare questo gioco sulla scheda SD libera solo di 30 MB, sugli oltre 80 MB totali. / © ANDROIDPIT

Cancellare la cache

L’avrete sentito più e più volte, e probabilmente quasi non ci credete più che sia una cosa utile per liberare la memoria, ma invece è così. La cache, come suggerisce il nome, si tratta appunto di un “nascondiglio” in cui vengono riposti alcuni dati elaborati da un’app per potervi accedere più velocemente la volta successiva in cui c’è ne sarà bisogno.
Alcune volte questi dati possono contenere degli errori, e se così fosse, l’app che ne fa uso continuerebbe a dare problemi ed è per questo che la prima cosa da fare per correggere un malfunzionamento di un’app è proprio cancellare la sua cache. Tornando a noi, man mano che si fa un uso di un’app, la dimensione della sua cache continuerà ad aumentare.
La cache è contenuta nella memoria di sistema, quindi cancellarla aumenterà effettivamente lo spazio disponibile, ma questo è efficace dopo lunghi periodi in cui ha fatto in tempo ad accumularsi, quando vi sono molte app installate e solo se tali app ne fanno molto uso. Continuare a cancellare cache in tempi ravvicinati non serve nulla, liberereste solo pochi KB e rallentereste le prestazioni del sistema (la funzione della cache è appunto quella di velocizzare le app).
  • Per cancellare la cache delle app, andate in Impostazioni > Gestione Applicazioni > Tutte e selezionate una ad una le app installate. Si aprirà un menù in cui dovrete selezionare Svuota cache.
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Ogni app è diversa: guardate la differenza di cache delle due app (non la svuoto da mesi). / © ANDROIDPIT

Cancellare i file di sistema inutili

Ora viene il bello. Se vi siete chiesti per quale assurdo motivo continuate a disinstallare app, spostare le rimanenti sulla sd e cancellare la cache senza ottenere alcun risultato soddisfacente, è per colpa di un mostro che cresce continuamente e in silenzio nella vostra memoria di sistema: i file di log e alcuni file inutili.
Android tiene un registro di alcuni eventi che si verificano mentre utilizzate il dispositivo. In alcuni casi, e a seconda della versione di Android, tali file vanno ad accumularsi, facendosi sempre più spazio nella memoria interna e contribuendo attivamente al problema dell’archiviazione insufficiente. Questi file sono situati nella cartella di sistema /data/log.
Oltre ad essi, Android salva i file che non riesce a leggere correttamente, come ad esempio i file corrotti, nella cartella di sistema /data/lost+found. Nel corso di qualche tempo queste cartelle possono occupare anche centinaia di MB, se non più di un GB, dimezzando letteralmente la memoria di sistema di alcuni dispositivi.
Per risolvere il problema basterà cancellare tutti i file contenuti in queste due cartelle, ma sono purtroppo necessari i permessi di root. Se volete ottenere risultati soddisfacenti nei dispositivi con poca memoria di sistema, il root è quasi d’obbligo. Considerate tuttavia tutti i pro e i contro della procedura.
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Elimina i file inutili con ES Gestore File. / © ANDROIDPIT
Una volta ottenuti i permessi di root, seguite questi passaggi:
  • Scaricate l’app ES Gestore File.
  • Apritela e premete il menu. Attivate l’opzione Root Explorer, concedetegli i permessi di root, poi attivate anche Mostra file nascosti.
  • Premete a sinistra della x blu in alto e selezionate dal menu il percorso / Dispositivo. Ora aprite la cartella data.
  • Entrate prima nella cartella log ed eliminate tutti i dati in essa contenuti, poi entrate in lost+found e fate lo stesso.
  • Al termine della cancellazione alcuni processi potrebbero terminare, non preoccupatevi in tal caso. Riavviate il dispositivo e godetevi l’assenza dell’avviso di archiviazione insufficiente!
Naturalmente, nel corso del tempo queste due cartelle inizieranno a crescere nuovamente: se l’avviso dovesse tornare a farvi visita, sapete come liberarvene. Adesso che avete i permessi di root, potrete spingervi ulteriormente disinstallando tutte le app di sistema che non usate e non vi interessano, facendo ancora più spazio!
Oppure ancora potrete usare app come Link2SD per spostare interamente le applicazioni dalla memoria di sistema alla scheda SD e perfino installarle direttamente sulla scheda SD non appena scaricate dal Play Store.

Metodo alternativo per i Samsung (senza root)

Se disponete di un dispositivo Samsung, potete intervenire sui file inutili senza bisogno dei permessi di root! Vi basterà aprire l’app Telefono, chiamare il codice *#9900# e selezionare la voce DELETE DUMPSTATE/LOGCAT o DELETE DUMP. Verificate inoltre che la voce DEBUG LEVEL sia impostata su DISABLED/LOW. Riavviate il dispositivo al termine della procedura.
Purtroppo questo metodo funziona solo con alcuni device Samsung. / © ANDROIDPIT
Se per qualsiasi motivo nessuna di queste operazioni dovesse funzionare, o non voleste ottenere i permessi di root, non vi rimane che un’ultima, efficace quanto sgradevole, opzione: ripristinare il vostro dispositivo ai dati di fabbrica.
  • Per effettuare un reset del dispositivo, prima effettuate un backup dei dati che vi interessano, poi andate inImpostazioni > Backup e ripristino > Ripristino dati di fabbrica.

5 utilizzi alternativi per il microfono dello smartphone Android

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Un telefono non sarebbe tale senza un microfono. Fin dal 1849, il vecchio Meucci scoprì che la voce poteva essere trasmessa tramite impulsi elettrici. Nasce cosi il microfono, incubato assieme al telefono da oltre 160 anni. Perchè questa lezioncina di storia spiccia? Perchè siamo ad AndroidPIT ed il passaggio da telefono a smartphone non risparmia certo l'elemento fondante del dispositivo su cui si basa il nostro amato robottino verde.
Forse lo si dà per scontato, ma con il microfono dello smartphone si possono fare davvero un sacco di cose: lo si può sfruttare per interagire con altri sistemi, per comandare indirettamente lo smartphone, sfruttarlo per registrare concerti ed altri usi professionali e non. Abbiamo passato un po' di tempo nel Play Store per scovare le app più interessanti ed utili che sfruttino il microfono dello smartphone in modo alternativo, ecco a voi i risultati!
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Proprio lì a destra, quel buchino! Ebbene sì, quello è un microfono! / © ANDROIDPIT

1. Trasformate Android in un microfono per PC

WO Mic è forse l'app più popolare per quanto riguarda la trasmissione della voce. Questo servizio permette infatti di usare il microfono del dispositivo Android come microfono del computer. La maggior parte dei pc è priva di microfono integrato e per questo motivo WO Mic è particolarmente utile e popolare.
Molto semplice e dall'interfaccia intuitiva, l'app permette di comunicare con un computere tramite USB, WIFI e Bluetooth. Il tutto è molto comodo, ma è solo tramite la connessione USB che si eviteranno fastidiosi ritardi e rimbombi. A proposito di cose fastidiose: nella sua versione free, l'app presenta degli annunci pubblicitari tra i più invasivi ed odiosi che si siano mai visti.
Wo Mic
Onnipresenti i banner di Amazon / © ANDROIDPIT

2. Sfruttate lo smartphone per diventare rockstar

Microfono è un'altra app molto semplice da usare ma utilissima. Dotata di un'unica schermata nera con al centro un microfono, quest'app trasmette la voce tramite l'uscita delle cuffie. Tutto quello di cui si ha bisogno è un cavo con due entrate minijack alle estremità. Si potrà così connettere lo smartphone/microfono a qualsiasi sistema audio o impianto Hi-Fi che abbia un'entrata aux.
Microfono ci regala anche grandi momenti durante la lettura delle informazioni, qui Gaz Davidson, lo sviluppatore, ci informa che questa app non è forse perfetta per il karaoke, ma soprattutto che attivando il microfono tramite l'applicazione uscirà un fastidiosissimo rumore di fondo dallo speaker dello smartphone, cosa che effettivamente accade finchè non si connette un minijack al telefono.
Microfono
Il miglior disclaimer di sempre / © ANDROIDPIT

3. Registrate concerti ed eventi importanti

Se ci soffermiamo sulla qualità del suono e della registrazione, questa è sicuramente la migliore app del lotto. Applicazione ufficiale di Sony, Audio Recorder è il miglior registratore audio (ma anche video) che si possa trovare. Naturalmente questa app dà il meglio se installata su dispositivi Sony o su smartphone dotati di connettore a 5 poli, per registrare traccie audio in alta fedeltà con effetto 3D.
L'app registra normalmente su tutti gli altri dispositivi in stereo ed è possibile selezionare il tipo di registrazione, se musica o parlato, e vari livelli di qualità e compressione. Come per le altre app, troviamo un'interfaccia pulita e facile da utilizzare.
Audio Recorder
In basso a sinistra, i vari formati per salvare i file / © ANDROIDPIT

4. Usa lo smartphone con la voce

Detto in poche parole, l'app permette di ottenere i comandi di Google Now sul proprio dispositivo, ma non solo! È possibile personalizzare anche ogni comando vocale per attivare le varie funzione (a partire da: Ok, Google che io ho sostituito con una meravigliosa imprecazione). Tramite il microfono è insomma possibile comandare il proprio Android.
Open Mic+ può essere avviato in automatico ad ogni boot del dispositivo, diventando così parte integrante dello smartphone; Si potrà vedere solo una piccola icona in cima allo schermo tra le notifiche, come prova che l'app è in funzione. Purtroppo Google ha intimato agli sviluppatori di non utilizzare più il Google Speech Engine e l'app è piuttosto limitata a causa dell'assenza dei comandi tasker. Gli sviluppatori giurano che ci stanno lavorando sodo.
Open Mic Plus
Alla voce Say, compare ancora Okay Google. / © ANDROIDPIT

5. Registrate conferenze e meeting di lavoro

Crowd Mics è una di quelle app che mi ricorda quanto l'universo Android sia un luogo dove è possibile sviluppare idee, non importa di che tipo. Si parte da un concetto molto semplice e si sviluppa una app che serve a rendere le cose più facili. Con Crowd Mics è infatti possibile creare delle conferenze.
Una volta inserito un nome, e volendo una foto, è possibile creare eventi come presentatore o accettare un invito ad una conferenza. Per accedervi bisogna conoscere il codice stabilito dal presentatore che potrà attivare i microfoni (dello smartphone) dei vari ospiti. Il tutto è collegato ad un impianto audio. A mio avviso una trovata geniale!
Crowd Mics
Basta inserire nome e una password e la conferenza è pronta / © ANDROIDPIT

Bionic Lens, un'operazione e diventi un superuomo

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Vedremo tre volte meglio rispetto all'acuità visiva 20/20, ossia la massima nitidezza nella visione a distanza permessa dal nostro occhio. Il tutto senza indossare occhiali o lenti a contatto da mettere e togliere continuamente. E ciò avverrà anche se avremo 100 anni.
Il merito è di nuove lenti bioniche, impiantate direttamente nei nostri occhi. A concepirle il dottor Garth Webb, optometrista canadese e CEO di Ocumetics Technology Corporation, il quale assicura che chi si farà impiantare le Bionic Lens chirurgicamente non soffrirà mai di cataratta perché le lenti naturali, destinate a degradarsi nel tempo, verrebbero sostituite.
bionic lens
Bionic Lens
Le Bionic Lens potrebbero rappresentare un'opzione per chi dipende da lenti correttive e abbia più di 25 anni, ovvero sia dotato di occhi completamente sviluppati. "Si tratta di un miglioramento della vista che il mondo non ha mai visto prima", ha affermato il dottore.
"Se potete vedere a malapena un orologio a tre metri, usando le Bionic Lens potrete vederlo a 9 metri di distanza", ha aggiunto. Per dotarsi di queste lenti il dottore spiega che la procedura è indolore, identica a un intervento di cataratta: richiede circa otto minuti.
Lo sviluppo delle Bionic Lens ha richiesto 8 anni e 3 milioni di dollari in ricerca e sviluppo. In attesa di studi clinici su animali e umani con deficit visivi, le Bionic Lens potrebbero essere disponibili in Canada e altrove in circa due anni, a seconda delle normative dei diversi paesi.
Al momento però non è chiaro il prezzo di queste Bionic Lens (inizialmente bisognerà sicuramente rientrare dei costi di ricerca e sviluppo), ma se davvero queste lenti faranno ciò che promettono, forse non sarà quello il problema quanto invece la regolamentazione e la diffusione. Ci stiamo avvicinando al transumanesimo? 

martedì 8 settembre 2015

Il PC da 9 dollari su Kickstarter è già un successo

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C.H.I.P. è il computer da 9 dollari che assomiglia al Rasperry Pi e che suKickstarter ha già raccolto oltre 140mila dollari, a fronte di un obiettivo di 50mila dollari. Mancano ancora 29 giorni alla fine della campagna di finanziamento ma è ormai chiaro che questo computer si farà.
CHIP
Di tutti i concorrenti del Raspberry Pi che sono arrivati in commercio è quello che costa meno, e non ha molto da invidiare agli altri: è una scheda da 60 x 40 mm che integra un SoC Allwinner A13 (Cortex-A8) da un 1 GHz, una GPU ARM Mali 400, 512 MB di RAM, un connettore USB e un'uscita video composito.

Il PCB integra anche un chip Realtek per il collegamento alle reti wireless (Wi-Fi 802.11 b/g/n) e alle periferiche Bluetooth 4.0. È possibile convertire l'uscita video con una VGA o un'HDMI procurandosi gli adattatori. Volendo poi questo computer super economico si trasforma anche in notebook mediante il PocketChip, uno chassis costruito ad hoc che integra uno schermo da 4,3 pollici a 470 x 272 pixel, una tastiera QWERTY compatta e una batteria da 3000 mAh.







lunedì 7 settembre 2015

Aumentare le prestazioni di una GeForce GTX con un trucchetto

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Se avete installato GeForce Experience potete guadagnare qualche prestazione in più disabilitando un processo.

Spesso quando installiamo i driver di Nvidia non ci preoccupiamo di fare un'installazione personalizzata e così sul computer ci ritroviamo anche il softwareGeForce Experience, pensato per impostare i migliori dettagli grafici dei giochi con un click, ma anche per registrare il gameplay e fare altre cose.
geforce gtx
Il software è il responsabile anche dello streaming dei giochi dal PC alla console / tablet Shield e per questo motivo avvia un servizio Windows chiamato Nvidia Streaming (nvstreamsvc.exe), anche quando non ne avete bisogno. Stando a quanto scoperto da un utente su Redditdisabilitando tale servizio - che sia avvia automaticamente di default - il frame rate può salire dal 3 al 5 percento, mentre l'occupazione della CPU scende.
Non è molto, ma perché sprecare risorse inutilmente? Per disabilitare questo servizio dovete entrare nei servizi Windows (scrivete services.msc in Esegui) e disabilitate "Nvidia Streamer Service", impostando nel campo "tipo di avvio" la voce "disabilitato". Dopodiché riavviate il sistema. Questo servizio è richiesto anche da ShadowPlay, quindi se usate questa tecnologia potete impostare l'avvio "manuale".
nvidia streamer service
Nvidia Streamer Service, clicca per ingrandire
Alcuni utenti su Reddit hanno osservato notevoli benefici da questa piccola accortezza, ma probabilmente il risultato è legato alla scheda video e al resto dell'hardware del vostro sistema. Provare questo trucchetto non comporta rischi, non si tratta di un'azione irreversibile:  si può sempre tornare indietro nel caso si verifichino problemi. 

domenica 6 settembre 2015

Stanley Milgram, lo psicologo che sperimentò la banalità del male

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Per dimostrare la teoria sull’obbedienza distruttiva, negli anni ’60 Milgram indusse alcuni volontari a punire con l’elettroshock persone chiuse in una stanza separata. La sua storia è diventata un film.
Credits: Magnolia Pictures
Credits: Magnolia Pictures
C’è una scena, nel quarto episodio della prima stagione deiSimpsons, che è difficile dimenticare: Homer si è reso conto di far parte di una famiglia disfunzionale e, incuriosito da uno spot televisivo, decide di sottoporre l’intera famiglia a una terapia sperimentale che, sostanzialmente, consiste nel somministrarsi a vicenda scariche elettroconvulsivanti.
Chiunque abbia seguito le repliche dei Simpsons negli ultimi vent’anni sicuramente ricorderà quell’episodio. Quello che però molti non sanno è che quella “terapia” prendeva ispirazione dal lavoro di Stanley Milgram, ideatore di uno degli esperimenti di psicologia sociale più controversi della storia e ora rievocato in Experimenter,  in uscita nelle sale americane il prossimo 16 ottobre .

Siamo nel luglio 1961, Stanley Milgram ha ottenuto un Ph.D. in Psicologia Sociale a Harvard e lavora come assistente nel Dipartimento di Relazioni Sociali di Yale. Sono passati solo tre mesi da quando Adolf Eichmann ha testimoniato al Processo di Gerusalemme definendosi come un “grigio burocrate che eseguiva solamente gli ordini dei gerarchi importanti”, e le dichiarazioni del nazista hanno stupito Milgram a tal punto da indurlo a progettare un esperimento che esplori le dinamiche psicologiche dell’obbedienza.
L’esperimento di Milgram richiede la presenza di almeno tre persone: uno psicologo, un volontario e un attore che impersoni un finto volontario. Ognuna di queste persone ha un ruolo: c’è Lo Sperimentatore (che rappresenta l’autorità), l’Insegnante (colui che esegue gli ordini dello Sperimentatore) e infine l’Allievo (la persona soggetta alle decisioni dell’Insegnante). All’inizio dell’esperimento l’Insegnante e l’Allievo vengono posti in due stanze separate, l’Insegnante ha a disposizione una serie di bottoni, mentre l’Allievo è collegato a un macchinario per la somministrazione di elettroshock. Quando lo Sperimentatore dà il via, l’Insegnante comincia a leggere una serie di coppie di parole, dopodiché riprende a leggere la prima parola di ogni coppia e chiede all’Allievo di completarla con la seconda: se l’Allievo indovina, l’Insegnante passa alla coppia successiva , se invece sbaglia, lo Sperimentatore sprona l’Insegnante a somministrare una scarica elettrica all’Allievo.
In realtà, è tutta una finta: il macchinario non è in grado di somministrare elettricità e l’Allievo non riceve alcun elettroshock. Prima dell’esperimento, all’Allievo è stato chiesto di registrare lamenti, urla e implorazioni su un nastro, che ora viene attivato automaticamente in modo che , ogni volta che preme il bottone, l’Insegnante abbia la percezione di stare causando una sofferenza reale all’altro “volontario.” Di tutto questo l’Insegnante – ossia la vera cavia dell’esperimento – è all’oscuro: gli è stato detto che dall’altra parte della parete c’è una persona inerme e che a ogni suo errore il voltaggio della scarica aumenterà, partendo da un minimo di 15 volt fino a un massimo di 450 (per capirci, la controversa terapia elettroconvulsivante sviluppata negli anni ’30 da Ugo Cerletti e Lucio Bini utilizzava scariche dell’ordine di 130 volt).
Man mano che il voltaggio cresce, l’attore che impersona l’Allievo comincia a urlare, a battere i pugni contro la parete, a lamentarsi dei propri disturbi cardiaci, inducendo così l’Insegnante a chiedere istruzioni allo Sperimentatore che, imperterrito, dice di continuare. Arrivati a 135 volt, molti soggetti chiedono di poter interrompere l’esperimento, ma una volta ottenuta dallo Sperimentatore la rassicurazione che nessuno li riterrà responsabili delle eventuali conseguenze, riprendono a leggere le coppie di parole e a somministrare punizioni.
Prima di iniziare l’esperimento, Milgram aveva condotto un sondaggio su un centinaio di colleghi psicologi, la maggior parte dei quali si era dichiarata sicura che solo una piccola percentuale (non oltre il 4%) dei soggetti testati avrebbe continuato a somministrare scariche oltre un certo voltaggio. Quando nel 1963 Milgram pubblicò i risultati dell’esperimento, in un articolointitolato Behavioral Study of obediencela percentuale di soggetti che avevano somministrato punizioni da 450 volt superava il 60%.

Di fatto, nell’esperimento di Milgram nessuno era stato vittima di vere torture, ma la scelta di tenere all’oscuro i partecipanti dalle reali dinamiche dell’esperimento suscitò una vivace polemica. C’era chi sosteneva che un simile stress psicologico non era ammissibile in un esperimento scientifico, e chi invece riteneva che l’esperimento non potesse davvero fare luce sulle dinamiche della barbarie nazista, dal momento che lo Sperimentatore rassicurava continuamente il soggetto che quelle scariche non avrebbero causato danni permanenti. C’era anche chi arrivava a paragonare le pratiche di Milgram a quelle della Germania di Hitler. Il che è quantomeno curioso, dal momento che in realtà l’esperimento Milgram era stato ispirato proprio dal processo ad Adolf Eichmann, e il suo obiettivo era valutare in che misura gli uomini tendano a mettere da parte la propria coscienza morale di fronte a un ordine proveniente da un’autorità.
Naturalmente Eichmann era tutt’altro che un “grigio burocrate” – il suo feroce anti-semitismo è stato ampiamente documentato – ma a Milgram questo interessava relativamente. Il problema era un altro: in che misura la dichiarazione di Eichmann poteva avere un fondo di verità? Dopo aver replicato l’esperimento in altri contesti, e aver raccolto risultati coerenti, Milgram giunse alla conclusione che durante l’espermento i soggetti entrassero in uno “stato d’agente”, ossia si percepivano come meri agenti della volontà di un’altra persona, liberandosi così da ogni responsabilità.
Persone ordinarie che si limitano a svolgere un lavoro,” scrive Milgram nel libro del 1974 Obbedienza all’Autorità, “senza provare per parte loro alcuna particolare ostilità, possono diventare agenti in un terribile processo di distruzione. Inoltre, anche quando gli effetti distruttivi del loro lavoro diventano palesi, e viene loro chiesto di compiere azioni incompatibili con le basi fondanti della moralità, relativamente poche persone hanno le risorse necessarie per resistere all’autorità.
Nell’arco della sua carriera, Milgram firmò diversi altri studi, come la Teoria del Mondo piccolo e gli esperimenti sui Cyranoidi, ma il regista Michael Almereyeda, ha comprensibilmente scelto di incentrare Experimenter sul suo Esperimento dell’Obbedienza. Questo gli ha consetito di allontanare la lente di ingrandimento dalla vita dello psicologo americano, per concentrarla sui pericoli insiti nel controllo autoritario e nelle forme di obbedienza acritica.
Da questo punto di vista, Experimenter è forse la pellicola più incisiva dai tempi de L’Onda, che a sua volta era basato su un fatto reale: l’esperimento organizzato nel 1967 da un professore di storia americano, Ron Jones, che nel giro di soli sette giorni riuscì a trasformare una classe di studenti normali in un manipolo di squadristi invasati.

Perché le onde si rompono

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Anche se si formano in mare aperto, le onde arrivano fino a riva e qui si infrangono. Ecco cosa succede (e quanti tipi ne esistono)
(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)
Nel film Point Break di Kathryn Bigelow, con Patrick Swayze e Keanu Reeves, il vero protagonista è il punto di rottura. I surfistilo conoscono bene: è il luogo in cui un’onda incontra all’improvviso un fondale superficiale e si rompe fragorosamente. Ora capirete il perché.
Un’onda trasporta l’energia che ha catturato dal vento, si propaga a volte per chilometri e può arrivare fino alla costa. Mentre guardate il mare dalla spiaggia, infatti, dovete pensare che l’onda che dal largo si avvicina sta cambiando: diminuendo l’altezza del fondale, aumenta l’attrito e la parte inferiore dell’onda rallenta.
Un’onda inizia a sentire il fondo quando questo è inferiore a metà della sua lunghezza e, per conservare l’energia, cresce in altezza, diventando però più corta, finché a un certo punto la parte superiore scavalca quella inferiore, si frange e libera l’energia trasportata.
In questo modo si può indovinare quale sia la morfologia di un fondo: se si vedono le onde infrangersi al largo, è perché in quel punto avranno incontrato un ostacolo. Avete mai fatto caso che in una spiaggia sabbiosa le onde si infrangono subito prima di unasecca? Adesso conoscete il motivo.
Chiamateli frangenti
Guardare un surfista che cavalca un’onda lascia sempre senza fiato. Se poi la attraversa, la cosa è ancora più affascinante. Esistono diversi tipi di onde che si rompono – in linguaggio tecnico si parla di frangenti (o breakers) – e ognuno è più o meno spettacolare (e pericoloso).
Spilling breakers (frangenti di scivolamento): quando una spiaggia ha una pendenza molto dolce, le onde perdono gradualmente energia e arrivano a frangersi lontano dalla riva, producendo molta schiuma, che sarà trasportata verso la battigia. Anche se queste onde possono essere grandi e rompersi più volte prima di terminare la loro corsa, sono i frangenti più semplici da cavalcare con una tavola da surf.
Plunging breakers (frangenti a tuffo): sono le onde che si incurvano a formare un tubo che i surfisti provano ad attraversare indenni. Si formano in spiagge con un fondale ripido, spesso un banco sabbioso o degli scogli improvvisi, in cui la parte inferiore dell’onda viene rallentata velocemente, costringendo quella superiore a proseguire la sua corsa intrappolando l’aria in un tubo. In questo caso l’energia è persa tutta insieme e questo tipo di onde può essere pericoloso.
Surging breakers (frangenti di rigonfiamento): in spiagge molto ripide, l’onda cresce risalendo il fondale e si solleva fino a rompersi all’improvviso sulla riva. La sua pericolosità spesso è dovuta alle forti correnti che trasportano l’acqua di nuovo verso il fondale. Anche se l’onda non è di grandi dimensioni, infatti, può tranquillamente ribaltare un adulto.
(illustrazioni di Alessandro Damin)
Come si formano le onde? Perché nelle conchiglie si sente il mare? Sono domande che prima o poi ci siamo fatti tutti. Le risposte sono nel libro La scienza sotto l’ombrellone (Codice edizioni, 2014), scritto dal giornalista scientifico di Wired Andrea Gentile, da cui proviene l’estratto che avete appena letto.