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giovedì 25 febbraio 2016

Perché la luce fa starnutire alcune persone?

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La fotoptarmosi – o "starnuto riflesso fotico" – riguarda centinaia di milioni di persone in tutto il mondo ed è un mistero per la ricerca



starnuto
 Il cancelliere tedesco Angela Merkel trattiene uno starnuto (AP Photo/Axel Schmidt)Ci sono persone che appena escono di casa in una bella giornata di sole non possono fare a meno di starnutire, o che vanno in bagno nel cuore della notte, accendono la luce e ogni volta starnutiscono: succede sempre, anche quando non sono raffreddate o allergiche a qualcosa. È probabile che molte di loro non abbiano mai dato peso più di tanto alla cosa, né che sappiano di fare parte di un club che – a seconda delle ricerche – comprende tra il 15 e il 35 percento della popolazione mondiale. Quel club soffre di fotoptarmosi o starnuto riflesso fotico: nei paesi dove si parla inglese, la sindrome viene chiamata ACHOO (si legge “aciù”, come uno starnuto), dall’abbreviazione creativa della definizione “Autosomal dominant Comeplling Helio-Ophtalmic Outburst”. È una condizione ereditaria, dicono i ricercatori, che però a oggi non sono ancora riusciti a comprenderne fino in fondo le cause.La fotoptarmosi non sembra avere molto senso: di solito uno starnuto è indotto dalla presenza nelle vie respiratorie superiori di germi e altre sostanze, come polveri indesiderate che devono essere rapidamente espulse. La luce di per sé non costituisce in questo senso un pericolo, quindi la reazione è causata da qualcos’altro. Aristotele fu tra i primi a notare che alcune persone tendono a starnutire quando entrano in contatto con una fonte di luce intensa, come il sole, ma solo negli anni Cinquanta del Novecento iniziarono i primi studi approfonditi sul fenomeno. Grazie a queste ricerche si scoprì che la causa è un rapido lampo di luce: chi soffre di fotoptarmosi starnutisce se viene esposto all’improvviso a una fonte luminosa.Non trattandosi di una condizione invalidante o che causa altri tipi di sintomi, la fotoptarmosi è stata abbastanza trascurata, con una ventina di ricerche scientifiche che se ne sono occupate nel corso degli anni. Brian Resnick di Vox le ha messe a confronto elencando quattro teorie che potrebbero spiegare perché la luce improvvisa fa starnutire alcune persone.Sistema nervoso parasimpaticoUn’ipotesi è che il fenomeno sia legato a come funziona il sistema nervoso parasimpatico, la parte autonoma del nostro sistema nervoso che controlla buona parte delle azioni involontarie dell’organismo. La luce improvvisa lo porta ad attivarsi di colpo per fare restringere la pupilla e socchiudere gli occhi, corrucciando la fronte, in modo da ridurre l’esposizione: questo passaggio improvviso ha come effetto collaterale l’attivazione del meccanismo che ci fa starnutire. È una spiegazione che ha abbastanza senso, ma non spiega perché una reazione così comune porti solo un ristretto numero di persone a reagire con uno starnuto.Trigemino
trigemino

Altri ricercatori hanno ipotizzato che la causa sia da ricercare nel nervo ottico, che risponde alla luce e al tempo stesso passa in prossimità del quinto nervo facciale (trigemino), che controlla parte dei movimenti del viso. È possibile che quando il nervo ottico invia il suo segnale al cervello per dirgli di chiudere la pupilla, parte del segnale perturbi il trigemino – di suo molto sensibile – che segnala erroneamente al cervello la presenza di qualcosa nel naso da espellere: a quel punto parte lo starnuto. Non succede a tutte le persone perché solo alcune hanno la variante genetica che, secondo questa ipotesi, porta il trigemino a essere più in prossimità del nervo ottico.
Cervello
Una ricerca di qualche anno fa suggerisce invece che la causa sia sostanzialmente radicata nel cervello. Lo studio ha rilevato che la corteccia visiva, che riceve dagli occhi le informazioni sul campo visivo, viene stimolata più facilmente nelle persone con fotoptarmosi. Questo indica che il fenomeno potrebbe essere un riflesso più profondo di quelli che, per esempio, ci portano ad allontanare una mano da una fonte di calore prima di ustionarci.
Evoluzione
Infine, secondo altri ricercatori, la causa potrebbe essere legata a come si è evoluta la nostra specie. Secondo questa ipotesi, in un tempo remoto e non ben definito, è possibile che starnutire con facilità fosse utile per la sopravvivenza degli esemplari di umani più giovani. Ma anche in questo caso si tratta di supposizioni, che non portano a grandi risposte.
Diffusione
A dirla tutta i ricercatori non sanno nemmeno con certezza quanto sia diffusa la fotoptarmosi. La stima del 15-30 per cento della popolazione è molto approssimativa, ed è basata sui dati forniti da ricercatori che nel corso degli anni si sono occupati dal problema. Con un esame del sangue è possibile capire se una persona sia interessata o meno dalla condizione. Nel 1983 in Svezia furono condotte analisi su 500 donatori di sangue, arrivando alla conclusione che le persone interessate fossero circa il 20 per cento, ma il campione era comunque molto piccolo. Altri studi hanno provato a capire se la fotoptarmosi sia predominante in alcuni gruppi etnici, ma arrivando a conclusioni da prendere con le molle: sembra che sia poco diffusa tra gli afroamericani, per esempio, con un 2 per cento della popolazione interessata dal fenomeno. È bene comunque ricordare che la causa è una variante genetica dominante, quindi c’è il 50 per cento di probabilità che ogni nuovo nato da una persona con starnuto riflesso fotico abbia la stessa condizione.
L’azienda 23andMe, che esegue analisi del DNA per corrispondenza e mantiene un database per valutare l’andamento delle condizioni genetiche su base statistica, nel 2010 eseguì uno studio su diversi fattori genetici. La ricerca identificò, tra le altre cose, un marcatore genetico legato alla fotoptarmosi e già conosciuto per avere un ruolo negli attacchi epilettici. Il tema non è stato ancora approfondito, ma potrebbe portare a qualche progresso anche nello studio dell’epilessia.
La fotoptarmosi non è considerata pericolosa ma potrebbe diventarlo in alcune circostanze, per esempio se ci si trova alla guida. Il passaggio da una condizione di scarsa illuminazione a una di piena luce, come quando si esce da una galleria, può indurre una scarica di starnuti distraendo per qualche istante la persona che sta guidando. Il problema può riguardare anche diversi altri professionisti che lavorano all’aperto o i piloti d’aereo. A oggi non ci sono comunque notizie certe circa incidenti o morti dovute direttamente a uno starnuto riflesso fotico.

mercoledì 24 febbraio 2016

Un piccolo disco di cristallo per archiviare 360 TB di dati

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I ricercatori dell'Università di Southampton (Regno Unito) hanno dichiarato di aver messo a punto un supporto assolutamente imbattibile per la memorizzazione sicura dei dati a lungo termine.

Un sottile disco di cristallo può accogliere qualcosa come 360 Terabytes di dati garantendone la perfetta conservazione fino a 13,8 miliardi di anni. Leggasi "in eterno".
Il disco messo a punto, infatti, può resistere anche a temperature fino a 1.000 °C.

Un piccolo disco di cristallo per archiviare 360 TB di dati

Gli accademici di Southampton hanno usato la tecnica chiamata femtosecond laser writing che consente di creare nanostrutture a cinque dimensioni utilizzando veloci ed intensi impulsi luminosi.
I punti "disegnati" all'interno delle nanostrutture sono distanziati l'uno dall'altro di 5 micrometri (0,005 mm).

Perché si parla di cinque dimensioni (5D)? Oltre alla tre dimensioni che tutti ben conosciamo, quali sono le altre due?
La quarta dimensione è considerata la "grandezza" di ciascun punto mentre la quinta fa riferimento alla sua orientazione nel reticolo.

Le nanostrutture così create possono poi essere lette utilizzando un microscopio ottico in combinazione con un polarizzatore (un filtro che si occupa di bloccare la radiazione elettromagnetica a seconda della sua polarizzazione).
Secondo gli accademici, l'"invenzione" (che era già stata presentata nel 2013 ma che solamente oggi permette di memorizzare quantitativi di dati così impegnativi) potrà essere sfruttata da tutte quelle organizzazioni che si trovano quotidianamente a gestire enormi quantitativi di dati (vengono citati didatacenter di Facebook, per esempio).

Ecco la stampante 3D per realizzare tessuti umani

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Il team di esperti guidato dal professor Anthony Atala, già ampiamente noto per i suoi tanti esperimenti sull'argomento, pubblicati anche sulla rivista Nature ha comunicato di aver raggiunto un importante traguardo.

Presso l'Istituto di medicina rigenerativa Wake Forest (Stati Uniti), Atala insieme con i suoi collaboratori hanno messo a punto una stampante 3D capace di ricreare tessuti umani.

Ecco la stampante 3D per realizzare tessuti umani

I materiali stampati, stando ai risultati dei test condotti su topi di laboratorio, sarebbero eccezionali perché permetterebbero di replicare strutture del corpo umano azzerando ogni possibilità di necrosi.

L'Integrated Organ and Printing System (ITOP) svelato dai ricercatori statunitensi è una sorta distampante 3D che usa materiale biodegradabili, simili alla plastica che possono essere plasmati a proprio piacimento per formare tessuti umani.
La stampante 3D usa soluzioni acquose contenenti anche cellule umane e permette di ricreare quei microcanali che consentono il passaggio dell'ossigeno e delle sostanze nutritive.

Ecco la stampante 3D per realizzare tessuti umani

Certo, per anni si è parlato di materiali che possono essere impiantati chirurgicamente previa stampa tridimensionale. L'annuncio del team di Atala, però, è rilevante per tutta una serie di motivi: in primis, i tessuti stampati in 3D con il sistema ITOP che sono stati usati sui topi di laboratorio hanno evidenziato risultati eccellenti: in pochi mesi si è registrata la formazione di cartilagine e di vasi sanguigni. Ottimi risultati si sono registrati anche con l'utilizzo di strutture ossee create con la medesima stampante tridimensionale.
Dovrebbe quindi mancare poco all'avvio dei primi test su persone in carne ed ossa.

venerdì 19 febbraio 2016

MINIDISCHI 5D DA 360 TERABYTE: CONSERVERANNO DATI FINO A 14 MILIARDI DI ANNI

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minidischi 5d

I minidischi 5D (scrittura dei dati in cinque dimensioni) sembrerebbero essere il futuro della conservazione di dati grazie alla loro incredibile durata.

La tecnologia, nata nel 2013 grazie ai ricercatori dell'Università di Southampton, è stata ora perfezionata, passando dalla limitata capacità di 300kb per disco a ben 360 terabyte. Non si tratta, però, dell'unica capacità di questi piccolissimi dischi di memoria, simili a delle lenti; il vero punto di forza è infatti la durata stimata del loro funzionamento: ben 13,8 miliardi di anni.
La registrazione dei dati su questi particolari supporti è permessa grazie a dei potenti laser in grado di emettere impulsi di luce brevi ma molto intensi in grado di incidere dei punti disposti su tre differenti strati, separati da una distanza di appena cinque micrometri (milionesimi di metro). Oltre a queste tre posizioni sugli assi, ogni punto viene letto tenendo conto anche della sua dimensione e dell'orientamento:per questo si parla di cinque dimensioni.
Secondo gli scienziati dell'Università di Southampton la nanostruttura così creata ha permesso lacreazione di un supporto praticamente eterno, in grado di resistere a temperature fino a 1000 gradicentigradi e fino a 13,8 miliardi di anni se conservati a temperatura ambiente.
Al momento, questi minidischi sono già stati utilizzati per registrate e "immortalare" la Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo, il trattato di ottica di Newton, la Magna Carta e la Bibbia ma il dipartimento di ricerca che li ha ideati è già alla ricerca di partner per perfezionare ulteriormente la tecnologia e renderla disponibile sul mercato.
Fonte: gizmodo.com

sabato 13 febbraio 2016

DENTRO AL TITANIC II: ECCO LA REPLICA DEL FAMOSO TRANSATLANTICO

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Chi non ha mai sognato almeno una volta di viaggiare sul Titanic?
Il sogno diventerà realtà nel 2018, lo ha annunciato Clive Palmer, miliardario australiano, a capo dell’ambizioso progetto.
La nave sarà una riproduzione dell’originale: si comporrà su 9 piani, avrà 840 cabine e ospiterà fino a 2400 passeggeri più 900 membri dell’equipaggio.
Il viaggio inaugurale non partirà da Southampton, bensì dalla Cina con direzione Dubai.

martedì 2 febbraio 2016

Microsoft porta un datacenter sul fondo del mare

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Potrebbe sembrare un esperimento eccentrico, ai limiti dell'impossibile. In realtà Microsoft lo ha davvero realizzato.

La società di Redmond ha infatti realizzato un datacenter sul fondo del mare rendendolo pienamente operativo per circa quattro mesi.
È la stessa Microsoft a darne oggi ufficialmente notizia rivelando anche il nome dell'iniziativa: Project Natick.

Potrebbe apparire un'idea peregrina ma, secondo Microsoft, la realizzazione di datacenter in fondo alle acque dell'oceano può incrementare l'efficenza e ridurre i costi in maniera significativa rispetto all'impiego delle tradizionali soluzioni.

Microsoft porta un datacenter sul fondo del mare

I "datacenter marini" possono essere alimentati anche usando il moto ondoso, similmente a quanto si sta facendo con l'energia solare ed eolica per quelli terrestri (Facebook aprirà un altro data center in Europa eGoogle alimenta i datacenter con le energie rinnovabili).

Inoltre, possono godere di un sistema di raffreddamento estremamente efficiente: l'acqua, che avvolge interamente la capsula in cui è contenuto il datacenter, è sempre ad una temperatura relativamente costante e può essere usata per raffreddare efficacemente i componenti soggetti a maggior stress. Un sistema di raffreddamento a liquido che è sempre disponibile e che si può utilizzare "gratis".
Solo il tempo dirà se l'idea di Microsoft possa essere utilizzata per progetti su vasta scala.
Per adesso si sa solamente che l'azienda di Redmond sarebbe intenzionata ad aumentare la portata del progetto.

Sinora, infatti, il datacenter utilizzato per i primi test - e calato sul fondale dell'Oceano Pacifico - era contraddistinto da una potenza di calcolo piuttosto limitata (l'equivalente di circa 300 PC desktop). I tecnici di Microsoft vogliono ora "rilanciare" moltiplicando per 20 la potenza e per 4 le dimensioni del datacenter.

sabato 23 gennaio 2016

Grazie a questa magica bevanda il tuo mal di testa scomparirà all’istante!

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Quasi tutti hanno sofferto almeno una volta di mal di testa o emicrania, o conoscono qualcuno che purtroppo ne soffre abitualmente e lotta ogni giorno per trovare qualche rimedio che allevi anche per qualche ora quel fastidiosissimo dolore. L’emicrania è una malattia incredibilmente comune che colpisce 36 milioni di uomini, donne e bambini, solo negli Stati Uniti. Le persone che soffrono di emicrania sanno che questo terribile dolore non è facilmente curabile. Beh, almeno fino ad ora! E’ arrivato il momento di abbandonare gli antidolorifici e provare questa semplice ricetta che può aiutarti a farti sbarazzare del tuo mal di testa in pochi minuti.
Pochi sanno che c’è un metodo in grado di aiutare praticamente tutti quelli che soffrono di emicrania. Questo è un metodo della medicina tradizionale (popolare) che è stata usata per secoli, ma oggi è più criticato che sostenuto. Decidi se fa per te, se ti piace oppure no, ma assicurati di provarlo almeno una volta, poi facci sapere se sei riuscito a liberarti della tua emicrania.
Metodo del trattamento: Sale e Succo di Limone.
La prima cosa da fare è scegliere un sale di alta qualità. Si consiglia infatti di utilizzare il sale rosa dell’Himalaya, perché è ricco di sali minerali. Questo sale contiene ben 84 elementi, e questa è una cosa ottima se si pensa al fatto che la scienza ne conosce 118 totali. Il Sale è in grado di alleviare il mal di testa, l’emicrania, aumentare il livello di serotonina nel sangue, rafforzare il sistema nervoso e normalizzare l’equilibrio acido-alcalino nel corpo.
Prendi un bicchiere di vetro e versaci dentro il succo di un limone appena spremuto.
Aggiungi 2 cucchiaini di sale.
Mescola i due ingredienti e aggiungi dell’acqua.
Una volta che hai mescolato bene, bevi la bevanda tutta in una volta.
Potrebbe non avere un buon sapore, ma questo rimedio funziona immediatamente, come per magia!

Lo smartphone non funziona? Ecco come recuperare i dati al suo interno!

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Durante un'animata conversazione con i vostri amici o un'avvincente partita a Mortal Combat sulla Playstation avete fatto cadere a terra il vostro smartphone Android mandandolo in tilt? Non esistono più i cellulari di una volta ed una piccola disattenzione potrebbe far cadere involontariamente il vostro dispositivo e comprometterne il funzionamento una volta per tutte.
Il display del vostro smartphone si è disintegrato ed il sistema non vuole saperne di reagire? Prima di gettarlo viae sostituirlo con un top di gamma nuovo di zecca (magari munito di cover ultra resistente), recuperate i vostri preziosi dati. Come? Seguendo questa semplice guida!
AndroidPIT Moto X broken
Smartphone rotto? Ecco come recuperare tutti i dati salvati al suo interno!/ © ANDROIDPIT

Prevenire è meglio che curare

Lo smartphone custodisce ormai una serie di dati sensibili che è importante mettere al sicuro. Per farlo esistono diversi modi: rendere invisibili le cartelle che contengono dati compromettenti, bloccare un'app sul display per tenere lontani gli amici più curiosi, sfruttare la modalità ospite, salvarli in cloud, bloccare app e contenuti con una password.
Il modo migliore per mettere davvero al sicuro i propri dati è quello di effettuare un backup completo: salvando i vostri file, le applicazioni ed i dati più importanti, avrete modo di recuperarli anche nel caso in cui doveste smarrire o compromettere il funzionamento del vostro dispositivo Android.
Salvando i vostri dati sul pc potrete sempre affidarvi ad alcune app dedicate, scaricabili direttamente dal Google Play Store, per poterli trasferire dallo smartphone al pc in pochi e semplici passi. Se però siamo arrivati troppo tardi e non avete pensato di salvare preventivamente i vostri preziosi dati, non vi resta che continuare a leggere per scoprire come procedere.
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Airdroid è una buona soluzione per trasferire file da samrtphone a pc in modo semplice e veloce! / © ANDROIDPIT

Come recuperare i dati da smartphone rotto tramite PC

Per recuperare i dati dal vostro smartphone rotto potete affidarvi ad un qualsiasi PC. Prima di procedere con il trasferimento, non dimenticate di attivare il Debug USB dalle impostazioni del vostro dispositivo Android per far sì che questo venga riconosciuto. 
Potrebbe però capitare che, nonostante il computer abbia riconosciuto il vostro dispositivo, non riusciate a visualizzare alcun file. Non preoccupatevi, esistono una serie di programmi utili a risolvere il problema come Remo RecuperaWondershare MobileGo Android e Recuva.
samrtphone usb laptop
Con questi programmi riuscirete a recuperare i vostri dati dal cellulare rotto! / © ANDROIDPIT
Wondershare MobileGo Android e Remo Recupera sono particolarmente semplici da usare e quindi più adatti per coloro che hanno meno dimestichezza con queste procedure. Con questi due programmi vi basterà:
  1. Lanciare il programma 
  2. Collegare il vostro smartphone al PC utilizzando un cavetto USB
  3. Attendere qualche secondo
  4. Una volta che il dispositivo verrà riconosciuto dovrete selezionare l'unità di archivazione dei vostri dati
  5. Selezionare i file che desiderate trasferire
  6. Procedere con il trasferimento
Recuva è invece un programma leggermente più complesso, che permette inoltre di recuperare dal computer file ed immagini cancellati involontariamente. Per recuperare i dati dal vostro smartphone rotto con Recuva vi basta seguire questa procedura:
  • Lanciate il programma
  • Una volta aperto, selezionate la tipologia di file che desiderate recuperare
  • Selezionate la cartella nella quale volete salvarli sul computer
  • Cliccate sul tasto Avanti
  • Selezionate i dati che desiderate recuperare dal telefono fuori uso
  • Premete Recupera per avviare l’operazione di recupero
trasferimento
Una volta lanciato il programma vi basterà seguire le istruzioni fornite sopra! / © ANDROIDPIT

Modalità Debug USB non attiva o PC che non riconosce lo smartphone

Display mal funzionante o fuori uso, modalità USB non attiva, computer che non riconosce lo smartphone. Sono questi tutti i problemi più comuni con i quali potreste dovervi confrontare quando il vostro cellulare è rotto ed avete bisogno di recuperare i vostri dati.
Per chi di voi dovesse avere tra le mani un dispositivo Samsung, vi ricordo che sul sito ufficiale del brand sudcoreano potete trovare una sezione denominata Find My mobile molto utile non solo nel caso in cui doveste smarrire il vostro smartphone, ma anche per sbloccare il vostro dispositivo con la funzione Unlock my Screen. Accedendo a questa funzione il PC riconoscerà il vostro dispositivo e potrete successivamente sfruttare il noto programma Kies per trasferire i vostri dati.
Galaxy s6 back taking off
Non avrete già mandato in mille pezzi il vostro Samsung Galaxy S6?! / © ANDROIDPIT
Se avete un dispositivo di un altro brand o questa soluzione non dovesse funzionare, potete entrare in Recovery modeed utilizzare Fastboot (che non necessità del Debug USB attivato). Dovrete poi avviare, con Fastboot, una Custom Recovery ed utilizzare i comandi shell di adb per estrarre i file. Si tratta di operazioni non semplicissime con le quali occorre avere un po' di dimestichezza, ma che vi permetteranno di risolvere i problemi riscontrati e di procedere con il recupero dei vostri dati dallo smartphone rotto.

Display inutilizzabile? Ecco come recuperare i dati

Dopo il volo che il vostro smartphone ha fatto dal bracciolo della poltrona il display è inutilizzabile? È questo uno dei casi più diffusi: il dispositivo si accende ma lo schermo è completamente nero e non risponde più ai comandi. Fortunatamente XDA Developers ha trovato una soluzione al problema che vi permetterà di controllare lo smartphone direttamente dal PC (a patto che su questo vi sia installato windows).
Si chiama Droid@Screen e vi basterà installarlo sul vostro pc per poter avere accesso allo schermo del vostro dispositivo Android. Una volta installato dovrete collegare il vostro smartphone via USB e lanciare il programma. Dopo qualche minuto verrà aperta una finestra che vi mostrerà il display del vostro Android
xda developers tool control smartphone from pc
Con Droid@Screen potrete visualizzare il display del vostro Android direttamente sul pc! / © XDA-Developers
Ora dovreste essere riusciti a mettere in salvo i dati del vostro smartphone rotto. 

domenica 3 gennaio 2016

Come trasferire e condividere applicazioni Android in modo facile e veloce!

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Le applicazioni rendono il nostro dispositivo Android speciale ma, si sa, uno smartphone non è per sempre. Una volta acquistato un nuovo cellulare o tablet, bisogna trovare un modo veloce e semplice per trasferire le app del vecchio Android al nuovo dispositivo, per evitare di doverle installare tutte nuovamente e configurarne le impostazioni da capo. Senza trascurare il fatto che nessuno vuole pagare un gioco o un’applicazione per due volte consecutive (capita, talvolta, che anche accedendo con lo stesso account si debba riacquistare l'app)!
Potreste inoltre aver scoperto l'app perfetta, il gioco dell'anno o un servizio utilissimo offerto dal Play Store che non vedete l'ora di condividere con i vostri amici e conoscenti. In questo articolo vi mostreremo due diversi metodi, entrambi estremamente facili, per trasferire e condividere applicazioni da uno smartphone all'altro. 
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Trasferite le vostre app da un Android ad un altro senza perderle per strada!  / © ANDROIDPIT

Trasferire e condividere le app tramite PC o Mac

Se volete trasferire le app da un dispositivo Android ad un altro e avete a disposizione un computer, non importa che sia PC o Mac, non dovrete fare altro che scaricare Wondershare, un programma completo che permette di trasferire qualsiasi tipo di contenuto tra due smartphone con un solo clik. Preparate gli smartphone, i cavetti USB e le app che volete trasferire, perchè la procedura è talmente veloce che potrebbe completarsi da sola, senza che ve ne accorgiate.
Collegate i due dispositivi, utilizzando un cavo USB, al vostro computer ed il gioco è fatto! Non scherzo, vi basterà a questo punto aprire il programma, selezionare la casella Apps, collocata al centro tra le immagini dei due dispositivi e successivamente cliccare su Avvia Copia per iniziare il trasferimento delle applicazioni tra i due device. Et voilà, direbbero i francesi!
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Trasferire applicazioni è facilissimo su Android! / © ANDROIDPIT

Trasferire e condividere le app senza utilizzare il computer

Non avete un computer a portata di mano? Avete perso nei meandri della vostra disordinata stanza il cavetto USB?Nessun problema, come sempre in Android, c'è un'opzione che prevede la semplice installazione di un'app. Le opzioni offerte dal Play Store sono svariate, ma per facilitarvi la scelta abbiamo selezionato noi al posto vostro l'app migliore per condividere e trasferire applicazioni con solo pochi touch: APK Extractor.
Si tratta di un servizio completamente gratuito e davvero facile da utilizzare. All'apertura dell'app ritroverete sul display una lista di tutte le applicazioni presenti sul vostro smartphone, non dovrete fare altro che selezionare l'app che vi interessa e scegliere l'opzione Condividi dal menu a tendina che apparirà sul display. Il programma non fa altro che trasformare l'app in formato apk e mostrarvi le varie opzioni di condivisione, tra cui Email e Bluetooth sono sicuramente le più veloci ed affidabili. 
estrattore apk
App Extractor è facilissima da utilizzare! / © ANDROIDPIT
Fatto? Giovanni Muciaccia sarebbe fiero di voi e dell'ottimo utilizzo che avete fatto delle forbici dalla punta arrotondata! Conoscete un metodo ancora più facile e veloce per trasferire e condividere applicazioni Android? Condividetelo con noi in un commento!